Il Masaret

Masaret In qualche località si chiama sràz, in altre sangarlìn. A Colloro, invece, viene chiamato masarèt. Si tratta di un particolare tipo di ricotta di latte di vacca e di capra che i vecchi contadini fanno stagionare in speciali contenitori fatti di semplice corteccia di betulla o di faggio (rusca ‘d bèula o ‘d fuscàal), localmente chiamati böz, cuciti insieme con lunghe e sottili strisce pure di corteccia, e più recentemente con del filo di ferro. La ricotta viene salata, pepata e poi messa sopra il camino perché assuma il tipico aroma di fumo (la mascàrpa), oppure semplicemente messa in cantina, dove in pochi giorni si coprirà di una caratteristica muffa, e allora prenderà il nome di masarèt. Dopo qualche settimana di stagionatura, il masarèt è pronto per essere consumato con la polenta (la pùat, la pulènta) o spalmato sulle fette di pane di segale (pàn biàva, pànnègar).


Il nome masarèt deriva da masaràa, cioè “macerare, stagionare”, dal latino MACERARE “bagnare, ammorbidire”. Abbiamo notizia di questo tipo di latticinio e del suo recipiente fin dal Medioevo: negli statuti comunali di Vogogna del 1374 troviamo infatti l’espressione de seratiis cum ruscha. Il seratium (dal latino SERUM “siero”) era, a quell’epoca, la ricotta stagionata, che ancora oggi in qualche località viene chiamata saràč, sràz, mentre la ruscha, oggi rǘsca, è la corteccia usata come contenitore. Si tratta di un alimento oggi sempre più raro da trovare, ma che per molti secoli ha costituito uno degli alimenti principali dei nostri antenati, un alimento povero poiché è l’ultimo prodotto derivato dalla lavorazione del latte. La ricotta, infatti (i gnòch), è ricavata dal siero di latte (la srùa) già sfruttata per ottenere il formaggio (u sprés). Si ottiene aggiungendo un poco di aceto al siero messo a riscaldare, e per questo in italiano viene chiamata ri-cotta, cioè “cotta due volte”.