Eno-Gastronomia
il borgo di Oira e gli asparagi
Cima Jazzi Ristorante
Ristorante Divin Porcello
Gallo Nero - Osteria
Tagliatelle con farina di segale al ragu' di capriolo - Ricetta dello chef Giorgio Carelli

(per 4 persone)
Per le tagliatelle:200 gr. di farina di segale - 100 gr. di farina 00 un pizzico di sale - 3 uova intere - 1 cucchiaio di olio d'oliva
per il ragu':
200 gr. di polpa di capriolo - una gamba di sedano - 1/2 cipolla una carota - una fetta spessa di lardo - due foglie di alloro - due chiodi di garofano - 1/2 bicchiere di vino rosso - due cucchiai di passata di pomodoro - olio, sale, brodo
Preparazione per le tagliatelle:
mescolare le due farine con il sale, aggiungere l'olio e le uova intere, impastare per cinque minuti formare una palla e avvolgerla nella pellicola trasparente. Farla riposare in frigorifero per 30 minuti.
Preparazione per il ragu':
tritare le verdure e soffriggerle nell'olio con il battuto di lardo, mescolare per qualche minuto ed aggiungere la carne tritata al coltello, farla insaporire continuando a mescolare con un cucchiaio di legno, salare pepare e bagnare con il vino, farla asciugare e aggiungere l'alloro i chiodi di garofano la passata e poco alla volta il brodo. Cuocere per circa un'ora.
Mettere la pasta sulla spianatoia e con il matterello tirare una sfoglia non troppo sottile, cuocere in acqua salata per circa un minuto, scolare
e condire.

Un'originale ricetta walser
Che l'economia montana fosse legata a doppio filo soprattutto con l'allevamento, con il bianco dei latte, lo dimostra anche la gastronomia tipica che nell'alta valle è prettamente walser (più in basso é diversa, risente di altre suggestìoni). Uno dei piatti più noti, e anche del più originali in senso assoluto, è la "Torta delle Vacche". Un dolce rea1izzato con il colostro, cioé con il primo latte destinato allo svezzamento del vitellino; una sostanza unica, ricca di sostanze, gustosissima. Della ricetta ne esiste anche una versione "edulcorata", crediamo per la difficoltà di reperire il prezioso liquido, nonché leggermente arricchita per i gusti moderni.
Eccola: per quattro persone prendere 1/2 litro di latte e 1/2 litro di panna, 50 gr di burro e 200 di farina gialla fine, noce moscata, sale e pepe; imburrare una teglia di circa 24 cm con 10 gr di burro. Scaldare latte, panna e il rimanente burro, aggiungere la noce moscata, il sale e il pepe. Quando il composto va in ebollizione, versate la farina a pioggia, mescolando con un cucchiaio di legno. Versate infine l'insieme nella teglia e infornate, a forno preríscaldato, a 1800 per circa un'ora. La torta deve essere solida ma non dura. Decorate (che magnifico tocco walseri) con fiori di camomilla secchi.

Il Masaret
In qualche località si chiama sràz, in altre sangarlìn. A Colloro, invece, viene chiamato masarèt. Si tratta di un particolare tipo di ricotta di latte di vacca e di capra che i vecchi contadini fanno stagionare in speciali contenitori fatti di semplice corteccia di betulla o di faggio (rusca ‘d bèula o ‘d fuscàal), localmente chiamati böz, cuciti insieme con lunghe e sottili strisce pure di corteccia, e più recentemente con del filo di ferro. La ricotta viene salata, pepata e poi messa sopra il camino perché assuma il tipico aroma di fumo (la mascàrpa), oppure semplicemente messa in cantina, dove in pochi giorni si coprirà di una caratteristica muffa, e allora prenderà il nome di masarèt. Dopo qualche settimana di stagionatura, il masarèt è pronto per essere consumato con la polenta (la pùat, la pulènta) o spalmato sulle fette di pane di segale (pàn biàva, pànnègar)
Masaret
Dal prosciutto vigezzino al "mitico" formaggio Bettelmatt
Il prosciutto Vigezzino nasce a Crana di Santa Maria Maggiore in Val Vigezzo a circa 800 metri sul livello del mare, da cosce fresche di suino italiano selezionate per prosciutto crudo. Lavorate, massaggiate con aromi naturali, vengono poi affumicate con bacche di ginepro. Stagionate poi successivamente con cura, all'aria della Val Vigezzo per 15 o 18 mesi. Per questo stupendo prosciutto, da tutti i nostri commensali, sia per il singolare gusto che dà l'affumicatura, sia per la freschezza del prodotto sempre uguale in ogni periodo dell'anno, dobbiamo rendere merito al signor Pierino Bona artefice di tale capolavoro che opera con serietà per offrirci anche a Novara un momento di verde e calma Vigezzo. Consigliamo ai nostri clienti che assaporano questo prosciutto di abbinarlo a un vino bianco abbastanza profumato come possono essere un Tajano, Sauvignon Blanc e Verdicchio delle Marche prodotto da Umani e Ronchi.
Un altro prodotto tanto raro quanto di assoluto prestigio è il Bettelmatt: è un formaggio dell'alta Val Fomazza denorninato anche il formaggio più raro al mondo.
Nasce a 2100 metri sopra il livello del mare dalla omonima Alpe Bettelmatt al confine tra Italia e Svizzera. Il Bettelmatt è un formaggio abbastanza burroso a volte con rilevanti occhiature. Di colore giallo paglierino e con crosta rossastra, confuso molto spesso con la Fontina o il grasso d'alpe ossolano. Ottimo come fine pasto (ovviamente prima del dolce), ma anche cccezionale per le fondute.
E' prodotto da latte crudo portato a 32-35 gradi a cui si aggiunge il caglio liquido naturale. Dopo la rottura della cagliata, che di solito avviene dopo circa 30 ininuti, la massa viene disposta nelle fascere e leggermente pressata in attesa della salatura che viene fatta sia in salamoia che a secco. La stagionatura va dai 40 ai 50 giorni in un ainbiente a temperatura di 10 gradi per un anno. Alcuni vantano di avere forme stagionate diversi anni alla pari di vini da invecchiamento. Dobbiamo ringraziare la casa "Luigi Guffanti" per averci fatto conoscere e servito questo stupendo formaggio della Val d'Ossola.
Al Bettelmatt noi abbiniamo un ottimo Grignolino Bricco dell'Uccelletta di Vicara, giovane, abbastanza tannico, giusto nell'equivalersi dei sapori.                
di Gianluca Corradino - Il Sestante

Il "Prunent" il piu antico vitigno ossolano
Sembra una favoletta, ma è un dato storico accertato dallo studioso locale don Tullio Bertamini: l'Ossola produceva consistenti quantità di vino esportandone anche in Svizzera e la tradizione vitivinicola risale addirittura al medioevo. A partire dal 1990 la Comunità Montana Valle Ossola, in collaborazione con l'Università Cattolica di Piacenza, l'Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Asti e più recentemente con il Centro Vite del C.N.R. di Torino, avvalendosi anche della consulenza del tecnico dell'Associazione Produttori Agricoli Ossolani, Maria Rosa Negri, ha avviato programmi di recupero di questa tradizione attraverso l'impianto di vigneti sperimentali nei dintorni di Domodossola. Le località prescelte sono Calice, Preminoira di Crevoladossola, Montecrestese e Trontano; i nuovi impianti sono stati realizzati grazie all'adesione di alcuni viticoltori e titolarì di aziende vinicole domesi. Il vino che ormai era divenuto tipico delle valli ossolane porta il nome di "Bruschett", che la dice lunga sulle sue caratteristiche: il suo sapore, aspro a tal punto da legare completamente la bocca, all'assaggiatore inesperto dà immediatamente l'impressione di un vino andato a male. Gli studi condotti dalla dottoressa Negri hanno appurato che questi non sono caratteri dovuti al tipo di Uve, al clima, al terreno o ad altri fattori naturali, ma il frutto di una serie di errori sia nella coltivazione che nella vinificazione. Errori causati anche dalla mancanza di adeguata assistenza tecnica di cui hanno sofferto negli scorsi decenni i viticoltori, che, come detto, diventavano sempre meno numerosi. In realtà nei dintorni di Domodossola possono essere prodotti vini che non hanno nulla a che vedere con l'acre Bruschett, Nebbioli dalle caratteristiche qualitative tali da poterli portare sui tavoli dei ristoranti. I risultati di diverse coltivazioni di vitigni locali (nebbiolo con croatina, barbera e merlot) sono stati soddisfacenti, cosi come quelli delle coltivazioni sperimentali che hanno prodotto pinot nero e chardonnais di buona qualità. A questi è affiancato un cabernet sauvignon le cui caratteristiche erano tali da giustificarne l'immissione in "barrique", la piccola botte di legno di rovere della Slavonia, adatta ad affinarne il sapore. Altre coltivazioni sono state utilizzate per recuperare il Prunent, il più tipico dei vitigni ossolani, anzi, si può dire quasi esclusivo di questa zona. Il suo nome deriva dal Latino: o da"pruina", che significa brina, in quanto viene vendemmiato in ottobre-novembre, quando al mattino i prati cominciano ad avere la classica patina bianca, oppure da "prunum", cioè susino, poiché i suoi vitigni crescevano spesso insieme con i pruni selvatici.
In effetti, i conoscitori che ricordano questo vino affermano che nel suo sapore c'è qualcosa che rimanda a quello della prugna. I vini realizzati con questi progetti sperimentali vengono proposti al pubblico da alcuni ristoranti della zona: per ora non si parla di vendita nei negozi, ma per i prossimi anni forse si arriverà anche a questo. La presentazione della prima annata dei nuovi vini ossolani ha permesso la degustazione di un Pinot Nero prodotto nei vigneti trontanesi di Oreste Margaroli, un Cabernet Sauvignon proveniente da vigneti sperimentali della Comunità Montana sui terreni di Oreste Margaroli a Trontano e di Cherubino Protti a Preminoira, un Merlot prodotto nei vigneti della famiglia Negri a Calice; tutti e tre sono imbottigliati dalla ditta Garrone di Domodossola. La ditta Ganora, invece, titolare dell'Enoteca Vini Tipici a Domodossola, ha curato la produzione di un vino particolare, tradizionalmente prodotto in una piccola frazione di Montecrestese, con uve per l' 80% di varietà Merlot e il 20% di Barbera e altre specie.        
di Mauro Zuccari - Il Sestante

Quando i dazi doganali svizzeri stroncaro la produzione
Come detto, la tradizione vitivinicola ossolana risale al medioevo: starebbe a dimostrarlo un documento datato 1309
Tra la fine del secolo scorso e l'inizio del nostro, l'imperversare della Fillossera costrinse a reimpiantare i vigneti innestandoli sulla vite americana; nello stesso periodo gli Svizzeri aumentarono i dazi doganali per proteggere la loro nascente produzione vinicola, rendendo meno conveniente quella ossolana; in seguito l'industrializzazione della piana del Toce sottrasse manodopera all'agricoltura portando alla scomparsa, in poco più di sessant'anni, di quasi tutte le coltivazioni viticole ossolane, ridotte agli attuali 50 ettari da 759 che erano a inizio secolo.

Uno yogurt naturale preparato ai piedi del Monterosa
L'ultimo nato fra i Prodotti "made" in Valle Anzasca è un bianco yogurt, un morbido yogurt naturale che viene prodotto a Macugnaga, località Fornarelli, dal giovane allevatore Silvio Pella. Titolare dell'omonima azienda agricola Pella (tel. 0324/65351), alleva tutto l'anno le sue vacche brune alpi ne nei prati tanto amati dai turisti; un latte di pascolo, dunque; buoni formaggi a breve, media, lunga stagionatura; e, infine, questa novità dello yogurt d'alta quota tutto da provare.

Prodotti biologici
Ma la Valle Anzasca è ancora di più, nonostante le oggettive difficoltà: scarsa remunerazione, vita scomoda, normative igieniche pensate chissà dove; nonostante tutto, sopravvive l'antica pratica dell'allevamento, dell'alpeggio estivo, della trasformazione del bianco latte in panna, burro, ricotta, formaggi (a pasta più o meno grassa, a stagionatura più o meno lunga) e ora anche in yogurt. Sono però ormai pochi coloro che, per proprio uso e consumo, preparano il formaggio come si faceva una volta: fuoco di legna e calderone in rame. Ora che la legna non si può più usare e al rame si è preferito l'acciaio, molti sostengono che il formaggio avesse un altro sapore. Nostalgia o verità? Quello che non è cambiato è comunque il latte, prodotto da bovine che d'estate pascolano liberamente nei prati alpini; mentre la cattiva stagioile la passano in stalla, nutrite con il fieno degli stessi prati e granaglie scelte. Prodotti biologici, dunque: modernissimi nella loro antica tradizione.

Qualche nome
Oltre alla citata azienda Pella, i formaggi (con ricotte e burro) dell'alta Valle Anzasca si possono assaggiare all'Alpe Burki (tel. 0338/1657608): un'azienda agrituristìca dove la ristorazione si affianca alla vendita dei prodotti. Polenta, polenta concia (con uova, formaggi, latte, carne), brasati, salamini e molto altro ancora aspettano gli alpinisti gourmand che vorranno arrampicarsi fin lassù. Un'altra azienda agrituristica (ma senza ristorazione) presso la quale si può trovare il formaggio d'alta quota e l'azienda Quark (tel. 0324/65284) a Isella di Macugnaga. Comoda da raggiungere in auto, è l'ideale base di partenza per passeggiate a cavallo, magari per la vicina Val Quarazza. Valle dove operano i fratelli Imsand, coraggiosi allevatori di bruna alpina, produttori anch'essi di latte, burro, panna, ricotta (specialità anzaschina quella affumicata) e formaggi. Molti altri, comunque, sono gli allevatori - produttori presso i quali si può comprare dell'ottimo formaggio. In tutta la valle. A partire da quello, unico, prodotto nei pascoli della Zamboni - sui duemila metri! -, per passare a Macugnaga, Campioli, Mondelli, Vanzone, Bannio Anzino, Borgone e Calasca.

Non solo latte
Una varietà di produttori che è anche ricchezza di prodotti: oltre alle bovine da latte e da carne, c'è poi chi produce miele, chi alleva maiali, chi, addirittura, struzzi. Altrettanto viva è la lavorazione della carne: si producono ottimi insaccati e carni secche. Provate, per esempio, quelli della Macelleria Fracei di Macugna. Poche e minori sono invece le testimonianze dell'antica agricoltura: sparita la segale, le noci non sono più utilizzate per l'olio, la vite è abbandonata (una volta la bassa valle era tutta un filare), il granoturco è più che altro destinato all'alimentazione animale. Ma anche nel passato, se ci si può consolare, contava molto di più l'allevamento.

Un marchio di Valle?
Oggi che la riscoperta critica della tradizione è patrimonio di ampi settori della popolazione europea, sa rebbe bello pensare che anche i prodotti e la gastronomia della Valle Anzasca si potessero segnalare con una propria identità, magari appoggiandosi alla riscoperta delle tradizioni walser - ma non solo. Il vantaggio per i consumatori sarebbe quello di poter identificare l'origine di ciò che consuma; il vantaggio per i valligiani, di poter sviluppare un'altra economia che non sia solo quella, importante, del turismo. Magari, chissà?, per iniziare, basterebbe lo "Yogurt del Monte Rosa".         
di Riccardo Milan - Il Sestante

Il gusto dell'Ossola
Formaggi Ossolani Bettelmatt - Crodo - Vigezzo

Formaggi Ossolani
Pane di segale di Coimo
Insaccati tipici Ossolani
Salami nostrani
Miele e dolci tipici
Funghi Porcini
Il gusto dell'Ossola
Oira

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