Val Grande

Val Grande scorcio da Capraga
Le cime che si affacciano sulla val d'Ossola

Chiesetta di Lut
L'oratorio di Lut

Colloro - Premosello
Premosello - Colloro

Veduta sulla bassa Ossola
Bassa Valle Ossola

Via Roma - Sede del Parco
Vogogna - Villa Biraghi - Sede del Parco

La Rocca di Vogogna
La Rocca di Vogogna

dal ponte romano a cossogno
Orridi a Cossogno dal Ponte Romano

Cossogno
Vista su Cossogno

Il Parco Nazionale della Val Grande è l'area wilderness più vasta d'Italia e delle Alpi. Il Parco rappresenta un'area prevalentemente montuosa nella parte centrale, nel cuore, compreso tra il Lago Maggiore, la Val d'Ossola e la Val Cannobina. L'area protetta, istituita nel 1992, comprende il territorio di undici comuni. L'elemento forestale è sicuramente l'aspetto naturalistico più appariscente; essenzialmente troviamo foreste di latifoglie dove, alle quote più basse predominano la quercia ed il castagno, quindi betulla, acero e il tiglio. Sopra i 700 metri e fino a 1500 metri, predomina il faggio che a volte risale, così come l'ontano, con forme a cespuglio, fino ai crinali più alti, dove troviamo la stella alpina e l'aquilegia maggiore. Ampia è a varietà della flora, molto diffuse sono le felci e le liliacee, in primavera sono caratteristiche le ampie distese di aglio ursino che colorano di bianco il sottobosco nei pressi dell'Alpe In La Piana.
Eccezionale,infine, la presenza del tulipano montano (Tulipa australis) che tra maggio e giugno colora con le sue corolle gialle i prati tra l'Alpe Boschelli e l'Alpe La Balma. L'area selvaggia più estesa d'Italia ospita una fauna selvatica ricca e varia. infatti possibile avvistare esemplari di camosci, caprioli, cinghiali, mentre sono presenti i piccoli roditori così come le mustelidi e le volpi. L'avifauna è molto varia e ricca: sono stati avvistati esemplari di aquila reale, è presente il falco pellegrino, il merlo acquaiolo, il corvo imperiale, il rondone alpino.
Di particolare interesse inoltre è l'affioramento, il più vasto delle Alpi, di rocce metamorfiche che si originarono in una porzione di crosta continentale profonda.


Storia

In giro per i Comuni della Comunità Montana Valgrande:


Storia di una civiltà rurale montana
La Comunità Montana Valgrande raggruppa nove comuni, venti centri abitati, due valli: Val Grande e Valle Intrasca ed un Parco Nazionale. Le prime notizie relative ai territori verbanesi risalgono soltanto al IX secolo e riguardano Cannobio, Cannero e Pallanza. Dopo la vittoria dei comuni lombardi sul Barbarossa (1177) e la pace di Costanza (1183), la disgregazione del sistema feudale giunse anche nel Verbano. Gli abitati delle colline e delle montagne andarono assumendo le caratteristiche dei "loci", mentre gli abitanti diedero vita a comunità autogestite attraverso proprie leggi. Nella prima metà del XII secolo i nuclei abitati esistenti si trasformarono in operose comunità autonome di "vicini". Questi vantavano una lunga permanenza nei rispettivi "vici". Oltre ai "vicini" dimoravano nei villaggi un imprecisato numero di "forensi", abitanti di recente introduzione, esclusi dalla gestione del potere vicinale e dall'uso e godimento dei beni comuni.
Nell'entroterra verbanese, alla metà del XIII secolo, erano insediati tutti i centri abitati presenti ancor oggi. Questa terra nel Medioevo era fitta di boschi e di pascoli: i boschi ospitavano una fauna assai varia: lupi, cervi, caprioli; animali che scomparvero in seguito allo sfruttamento del bosco, particolarmente forte in questa zona, per la richiesta di legname dai centri di pianura, ed all'espansione dell'allevamento che richiedeva nuovi pascoli. La transumanza delle greggi verso pascoli più alti ha antiche origini ed ha dato vita agli alpeggi; alpi e corti erano luoghi che ospitavano nuclei familiari per periodi anche di lunga durata, questi avevano un'organizzazione autonoma e di autosussistenza.
Nell'economia della Valle Intrasca importante ruolo ebbero i boscaioli (boradori o buratt), sin dal XIV sec., epoca degli Statuti Viscontei, la loro attività, come detto, modificò il territorio e la conseguente destinazione. Entrambi i fenomeni, pastorizia ed opere di disboscamento, queste ultime introdotte verso la metà del XVI secolo, avviarono verso un processo di spopolamento che all'inizio si presentò con un'emigrazione parziale, stagionale, in seguito, soprattutto all'inizio del XX secolo, raggiunse punte elevate più in Val Grande che nella Valle Intrasca. Parte degli abitanti di queste valli migrarono in particolare a Milano per lo scarico delle merci del bosco, soprattutto carbone vegetale, altri invece migrarono verso la città lombarda come fornitori di latte ed altri prodotti caseari, per poi trasformarsi in lattai o dare vita a nuove attività.
Oggi la natura ha ripreso il suo corso donando nuovamente la sua forza selvaggia, proiettando il territorio in un passato antico e vergine. Il bosco, le erbe ed i cespugli alpini, una ricca fauna sono tornati a popolare queste valli.


Da vedere

Sentiero Natura: Premosello a Colloro
Prtenza dal Centro Visite del Parco, presso Villa Fontana Rossi, quindi, attraversato il paese, si prosegue lungo la mulattiera di collegamento al paese di Colloro. A Colloro possiamo visitare i due “Musei Etnografici” rappresentati dalla “Cà Vegia”, dove sono custoditi oggetti tradizionali e l’ Antico Torchio che risale alla fine del XVII. Sulla grande vasca di pietra del torchio, per secoli, sono state pressate uve, per la produzione di vino, o noci, per ricavarne prezioso olio. Il vino ossolano è stato un prodotto ampiamente esportato. Quasi tutta la produzione veniva venduta nell’Alto Vallese e nell’Oberland Bernese. Da un documento del 1309 si desume che il vino più pregiato ossolano era il “Pruynentum”.
Il ritorno a Premosello è possibile lungo un sentiero alternativo, ben segnalato.
Dislivello: 295 m.
Tempo: 50’ a salire, 30’ a scendere

La riserva del Monte Mottac
Con quest’itinerario si raggiunge il cuore del Parco della Val Grande. Di grande rilevanza storica è la zona In La Piana, dove giungeva la grandiosa teleferica costruita agli inizi del '900, lunga più di 10 km., che permetteva di trasportare il legname a Premosello.
A Malesco, in Val Vigezzo, seguire le indicazioni per Finero, superato il paese proseguire a destra in direzione Val Loana. La strada terminerà su un piazzale, a Fondo Li Gabbi, dove possiamo parcheggiare. Si proseguea piedi scendendo fino a superare il torrente e portandosi sulla sua sinistra orografica. Poco dopo ci s'immetterà sulla mulattiera che sale verso l'Alpe Scaredi.
Seguendo sempre la via si arriva all'Alpe Cortenuovo (m. 1792) da dove si sale all'Alpe Scaredi (m. 1841, 2 ore). Da qui si inizia a scendere verso la Val Portaiola e verso il sottostante alpeggio La Balma.
Si scende velocemente percorrendo la bella vallata e quindi entrando nel bosco. Questo precede l'arrivo all’Alpe Portaiola (1288 m.). Superato l'alpeggio si rientra nella faggeta e si scende fino a raggiungere le sponde del Rio Fiorina. Al di là del ponte si arriva al prato d’In La Piana (944 m.), dove si trovano il bivacco e la capanna del Corpo Forestale.
Tempo di andata: 4 ore.
Tempo di ritorno: 5 ore.
Itinerario: parzialmente segnato.

Monte Faiè, breve itinerario all’Alpe Ompio
Il Monte Faiè (1352 m.), attraverso un agevole e facile itinerario, permette di conoscere i verdeggianti boschi di faggio e di offrire una vista spettacolare su buona parte del bacino del Verbano. Da Verbania Intra si giunge a Trobaso proseguendo in direzione di Rovegro. Giunti a Santino si prende la strada che sale toccando l'Oratorio e raggiungendo la sbarra, dove potremo parcheggiare. Un sentiero porta in breve al Rifugio Fantoli (1000 m.). Si riparte aggirando sulla sinistra il rifugio e proseguendo attraverso un bosco di betulle fino ad una evidente selletta (1100 m.).
Qui si segue a sinistra lungo il crinale. Giunti sotto il Monte Faiè si prosegue in salita fino alla vetta (1352 m., 1.15 ore) dove il panorama si apre in tutto il suo splendore. Dalla vetta si ritorna all'Alpe Ompio in 0.45 ore.
Dislivello: 410 m.
Tempo complessivo: 2 ore.


Natura, arte, leggende e curiosità

I paesi della Comunità Montana Valgrande

-La parrocchiale di S. Matteo ad Aurano.
La settecentesca chiesa è una sorpresa per la vivacità dei colori, per la decorazione di giochi geometrici e d’immagini agiografiche. Il pronao è ritmato da tre archi centrali e due laterali e sul sagrato si trova una colonna sulla cui sommità svetta una croce. Si tratta di un elemento ricorrente nelle zone alpine, serviva a radunare i fedeli durante il periodo di pestilenze od epidemie quando era vietato celebrare le funzioni in ambienti chiusi. Poco sopra la chiesa, c'è la "Casa degli Spiriti"; si narra che vi sia nascosto un tesoro ed a notte fonda si sentano sbattere le porte spinte da forti folate di vento. Si tratterebbe dello spirito di un defunto famigliare che cerca il denaro. D'interesse è la presenza di un torchio a vite, ben conservato e custodito presso il Circolo del Libero Pensiero. Si tratta di un modello piuttosto recente in ghisa e ferro con letto in pietra, che risale al primo '900, tuttavia è l'unica testimonianza della presenza di quest’importante macchinario nella Valle Intrasca. Dall'analisi del Catasto Teresiano è emerso che ogni villaggio della valle era dotato di almeno un torchio da uva. In particolare Aurano e la frazione di Scareno mostrano il loro passato dedito alla viticoltura, l'ambiente è, infatti, contrassegnato dalla presenza di terrazzamenti e balze naturali, nonché dalla presenza di filari.

- L'antico borgo di Bieno.
La parrocchiale con il suo splendido campanile romanico meritano una visita. La chiesa risale al '700 ma fu edificata sulle rovine di una chiesa risalente al 1000, a sua volta edificata sui resti di un castello. Al suo interno si conservano due affreschi a cera lucida che raffigurano una Maestà e Santa Marta. Accanto alla chiesa sorge un ossario ottagonale del Settecento sormontato dalla figura della Morte con la falce, in ferro battuto.

- Il centro storico di Cambiasca.
Tra le strette strade si scoprono particolari edilizi ricorrenti dell'edilizia pedemontana, cortili interni, portici che sorreggono i loggiati, portali in serizzo che incorniciano gli ingressi, case con balconi e scale in legno. Da ammirare nella piazza centrale la fontana tondeggiante di pietra.

- La “Cà Burùs” a Caprezzo.
Nella piazza alta di Caprezzo, di un'eleganza compatta, la “Cà Burùs” è sottolineata dal triplice ordine di loggiati dalla prospettiva curiosa: è un bell'esempio d’architettura rurale. Meritevole di nota è l'Oratorio della Madonna delle Grazie, eretto al tempo della peste del Seicento (1631). Il percorso è scandito dalle cappelle della Via Crucis, costruite nel 1700 (nel passato spesso le cappelle erano semplici croci di legno in cui si faceva passare un ramo d'ulivo da un buco che veniva poi sigillato con la cera). Sotto Piazza Marconi sono visibili i ruderi del vecchio mulino dove fino al 1750 il comune lo affittava annualmente ad incanto ed il pagamento era in segale e miglio, che venivano poi rivenduti all' incanto dall'esattore. L'affittuario doveva risiedervi o lasciare un incaricato. Tutti gli abitanti del borgo avevano l'obbligo di macinare solo in esso, pena una multa. A Caprezzo era attiva una Latteria Sociale, l'unica di tutta la Valle Intrasca.

- Da Caprezzo alla Cappella della Porta.
Quest’itinerario si snoda tra i boschi fino alla bella pineta che si stende sui fianchi settentrionali della valle Ganna. Alpeggi isolati e testimonianze di architettura popolare s'incontrano lungo il percorso. S'incontrano anche memorie di Antiche Miniere: una di rame in val Ganna e in val Nivea, presso la Corte dei Gatt, ricordi di pepite d'oro.

- Il Ponte Romano di Cossogno.
Anche il centro storico di Cossogno merita una visita, conserva belle costruzioni tipiche, mentre nella valle di Ramolino, sotto le scuole, è conservato uno degli esemplari più belli di Frantoio per le noci di tutto il Novarese. Il materiale pressato nella macina, detto grascia o pestargnoc, veniva scaldato in una caldaia e poi messo sotto il torchio. L'olio prodotto serviva per la tavola. Bello anche il mulino ad acqua, ben conservato.

- Il centro storico di Intragna.
Affacciato sulla selvaggia Valle Intrasca, conserva suggestive viuzze e vecchie case. Nel centro sorge la chiesa parrocchiale del 1717 che allinea nell'unica navata sette altari, nel 1525 la piccola cappella fu sostituita da una chiesa che venne successivamente ampliata.
La chiesa insieme all' asilo si presenta come un maestoso complesso architettonico.

- La casa Garbalo a Miazzina.
Conosciuta come Cà dal Fumm (Baita Fumo) a causa dei muri anneriti dal fumo del camino, questa abitazione che risale con tutta probabilità al ‘500 ospita una piccola raccolta di oggetti della vita contadina. Molto suggestiva anche una visita del paese diviso in due settori: Log dent, nucleo più antico, e Log là (luogo di dentro e luogo di fuori). Nel passato, tutta la Valle Intrasca, di cui Miazzina faceva parte, era organizzata a comparti delimitati chiamati con terminologia arcaica, "degagne", facenti capo ad una chiesa, in questo caso alla Chiesa di S. Pietro di Trobaso. Erano le "degagne ", o meglio, i "degagnenses" a godere di determinati privilegi, come quelli di "vicinatico", ossia l'uso comune di pascoli e boschi sottoposti a tale vincolo. Le case furono costruite per rispondere alle esigenze delle attività agricole e pastorali.
Passeggiando per il paese è possibile ammirare un'edilizia in pietra, i sentieri ciottolati, i lavatoi, terrazzamenti in sasso, recinzioni degli orti, gli altari votivi, elementi che ricordano ancora gli scorci dipinti da Achille Tominetti che qui si trasferì da Milano rimanendovi fino alla morte avvenuta nel 1917. Oltre al celebre pittore, fedeli miazzinesi furono anche Vittore Grubicy, gli scultori milanesi Franco Lombardi e Luigi Secchi, Paolo Troubetzkoy, musicisti e poeti della Scapigliatura come Arrigo e Camillo Boito, cantanti come Romilda Pantaleoni.
Da vedere anche la chiesa parrocchiale dedicata a S. Lucia. In epoca lontana gli abitanti erano costretti ad un lungo cammino, i battesimi in particolare dipendevano dalla pieve di Intra. I consoli della comunità chiesero che Miazzina avesse una parrocchia, così il cardinale Ferdinando Taverna, con decreto 20 gennaio 1618, esaudì la richiesta. La chiesa parrocchiale, come si presenta oggi, venne consacrata nel 1908 ed è dedicata a S. Lucia. Il campanile venne edificato nel 1824 e terminato nel 1826 ed è concepito come un corpo a parte.
Alla fine dell''800 e nei primi decenni del '900, la nobiltà e l'alta borghesia milanesi scoprivano il lago Maggiore ed i suoi dintorni. Anche Miazzina vide la costruzione di ville lussuose, villa Braendli, Nava, Mon-guzzi, Fantoli ecc. e l'apertura nel 1888 dell'Albergo Miazzina, oggi casa di riposo per anziani.

- La parte antica dell'abitato di Santino.
Un percorso in salita, scandito da una fila di cappellette della Via Crucis, vi condurrà all'oratorio del Patrocinio di Maria, meglio noto come Madonna di Santino, che sorge appena sopra la strada di Ompio. Una cappella adiacente, che risale al '700, conteneva un prezioso Cristo morto, in legno di pero al naturale, ora trasportato nella parrocchiale di S. Antonio abate.


Itinerari

Miazzina - Pizzo Marona - Monte Zeda
Salire a Pian Cavallone, dalla cappelletta, nei pressi del rifugio CAI, il sentiero a mezza costa porta al Colle della Forcola. Si prosegue sul versante della Valle Intrasca, superata la famosa "Scala Santa", che porta al "Passo del Diavolo" e poco dopo alla vetta (2156 m.)
Tempo complessivo dal Pian Cavallone: 1.30 ora.


Sentiero Natura: L’uomo albero
Percorso: Alpe Ompio - Alpe Caseracce - Pizzo Faiè
Tempo: c.a 3 h
Dislivello: c.a 355 m
Difficoltà: itinerario escursionistico di media difficoltà
Periodo consigliato: da aprile a novembre
Attrezzatura: comode scarpe da montagna e abbigliamento sportivo


Sentiero Natura: Una finestra sulla Val Grande
Percorso: Fondo Li Gabbi – Alpe Scaredi – Lago del Marmo
Tempo: c.a 2 h 40’
Dislivello: c.a 709 m
Difficoltà: itinerario escursionistico di media difficoltà
Periodo consigliato: da maggio ad ottobre
Attrezzatura: comode scarpe da montagna e abbigliamento sportivo