Montescheno Valeggia

antrona valeggia Valeggia è un meraviglioso piccolo mondo in cui le voci giungono rarefatte mentre lo sguardo spazia sul solco vallivo appena sopra la strada antronesca  che serpeggia centenaria lungo il corso ripido del torrente Ovesca. A lato si scorge Montescheno che ben illustra, con le sue quattordici frazioni (in età storica) il proprio sedime celtico; ripiano montuoso che frammenta da un lato la valle dell’Ovesca e dall’altro il corso del torrente Brevettola.
antrona valeggia
Valeggia

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Vista di Montescheno
Valeggia è borgo che ancora conserva e propone - è il caso di dirlo - al viandante moderno un prezioso oratorio dedicato alla S. Maria di Re del XVII° secolo, un ben conservato torchio comunitario, un forno per il pane (quello duro e scuro di segale coltivate nei terrazzamenti che lambiscono, verso Zonca, le ultime case), abitazioni in pietra che ancora sanno catturare per le esatte proporzioni e per il nascosto regno della pietra che le costituisce. E’ anche luogo di passaggio della Processione di Santa Croce che dalla chiesa parrocchiale portava, ai primi di maggio, i fedeli anche a Barboniga e Vercogno lungo i crinali verdeggianti della montagna.
Da questo borgo molte sono le opportunità per risalire la Testa dei Rossi, passando dall’alpe Faiu e poi Pradurino (sentieri C 8 e C 10) o avvicinarsi al percorso degli Autani dei set frei (v.di Ossola.it n. 3 2009, pagg. 47 ss.), oppure raggiungere l’alpe Sogno lungo un giro ad anello lungo la valle del torrente Brevettola (sentiero C 6).
Tuttavia questa volta catturati dall’atmosfera magica che quassù si respira e seguendo istintivamente le indicazioni di San Bernardo di Chiaravalle “Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce t’insegneranno cose che nessun maestro ti dirà”, ci dirigiamo con passo svelto verso un autentico patriarca della natura: un faggio ultracentenario, che si scorge, in alto, contro montagna.
Usciti dal borgo si prenda la trattorabile per l’alpe Faiu, in viso si profila il Pizzo San Martino mentre il canto di Fringuelli e Lui piccoli asseconda il nostro desiderio di solitudine. Alla prima curva ci si porti lungo la traccia di sinistra e nel bosco di betulle, roveri, castagni e querce il lavorio del picchio accompagna il passo tra le cortecce slabbrate dai camosci e la terra rivoltata dai cinghiali. Sempre sicuro il sentiero prosegue fino ad una roccia impreziosita da venature dorate. Qui, per permettere il passaggio delle mucche, come in passato, è stato necessario allargare il percorso, la montagna ancora  respira e vive.
Sotto di noi trapela, tra la cortina di un giovane bosco, Zonca; proseguiamo seguendo le rade indicazioni di vernice rossa lungo una gradinata, oltre una baita diruta, fino all’ampio incavo di un rio lussureggiante d’acqua e colore e sovrastato dal regno chiaro di una cascata. Ormai intravediamo il nostro albero cosmico, l’Yggdrasill di questo crinale (anche se nella mitologia nordica Yggdrasil è il frassino di Odino) che signoreggia contro l’orizzonte di questa incipiente primavera.
Oltrepassiamo allora una cappella votiva, un gruppo di baite a balcone sulla valle, l’alpe I Ross e siamo ai piedi del Re del Mondo a circa 1000 metri di quota. E’ immenso, un faggio ultracentenario, per abbracciarlo sono necessari almeno quattro uomini.
Solitario svetta nel cielo e si distende, con i propri frutti dorati, ai quattro angoli del mondo. In questo nemeton celtico cogliamo con l’anima, con la punta dei pensieri l’immensità del regno che un albero del genere consegna agli uomini che lo ammirano, che si avvicinano alla sua corteccia lucente.
Il ritorno si svolge lungo un ringweg che sfruttando l’antica mulattiera in breve ci riporta ad un’edicola votiva e quindi a Zonca alta. Luogo che denuncia la bellezza della sua impostazione architettonica con i loggiati e le colonne del vecchio monastero. Edifico in cui una vecchia signora per anni conservò e allestì una biblioteca per sé e per i viandanti.
Lungo la via tappeti di botton d’oro, mughetti e l’odore forte di timo e tarassaco, il sentiero della luce, ci conducono ancora a Valeggia: regno dell’anima.

Tempo: 2h.
Difficoltà: E (escursionistica)
Cartina: C.N.S. 1.50.000 n.275 “Domodossola”

claudio zella geddo