![]() Azioni minerarie Monte Rosa |
Tutto ebbe inizio milioni di anni fa, ancor prima che la spinta del continente africano formasse la catena montuosa delle Alpi. L'azione combinata di elevate temperature, piogge torrenziali, movimenti sismici, eruzioni vulcaniche, situazioni fisico-chimiche e dinamiche, crearono infiltrazioni nella crosta terrestre di alte concentrazioni di minerali ed altri elementi chimici disciolti, originando delle stratificazioni di varie dimensioni e composizione nel sottosuolo. Questo fenomeno venne chiamato "Idrotermalismo". Successivamente, il lento raffreddamento della crosta terrestre e la spinta del continente africano verso l'Europa, innalzarono verso l'alto questa roccia contenente i filoni di minerali, piegandoli, spezzandoli, comprimendoli e distribuendoli in modo casuale e bizzarro in quella massa rocciosa che venne poi chiamata "Alpi". |
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Indubbiamente le Alpi allora erano molto più elevate di come le vediamo ora. L'erosione meteorica, i venti, il sole, le varie condizioni climatiche e le innumerevoli glaciazioni modellarono questa massa rocciosa, formando valli, creste, pianori e laghi. Tutto il materiale asportato si depositò lungo la pianura, portando con sé parte di filoni mineralizzati, lasciandone altri ben visibili sui fianchi delle montagne. Questi erano composti da minerali di elementi chimici che singolarmente od associati fra loro formarono altri minerali o solfuri mineralizzati. Fra di essi alcuni vennero denominati "elementi nativi" (cioè metalli puri), che già esistevano in origine. Non erano molti: su tutti ne spiccava uno molto particolare per le sue qualità fisiche e dinamiche: l'oro. Un metallo che nei millenni a venire creò non pochi problemi all'umanità: guerre, omicidi, gioie e disgrazie, divenendo il più ambito e ricercato di tutti i metalli, simbolo del potere e della ricchezza. Lungo la catena delle Alpi, da Genova al Carso, vi sono innumerevoli giacimenti auriferi, alcuni contenenti oro allo stato libero e visibile, spesso associato a quarzo, altri con oro non visibile, associato con solfuri come pirite, arseno-pirite, galena, blenda ecc, oppure inglobato nelle rocce. Il fatto singolare è che la maggior concentrazione di questi filoni si riscontri nella zona comprendente le Alpi Graie e Pennine, con epicentro in prossimità del Monte Rosa, in Ossola e Val Sesia. È molto probabile che i filoni auriferi dell'Ossola e delle sue valli siano stati oggetto di sfruttamento già in epoca romana e pre-romana. A conferma di questa considerazione annotiamo il ritrovamento, durante la campagna di scavi archeologici, effettuata dallo storico Pattaroni, dal 1951 al 1960, nella frazione Pedemonte di Gravellona Toce, di un altoforno per la fusione dell'oro, risalente al II secolo a. C. Recentemente, in Val Divedro, fra gli abitati di Varzo e Iselle, è avvenuto il ritrovamento di canali in pietra in prossimità del fiume, simili a quelli usati nelle "Auro Fodine romane" della Bessa (Biella). Questi servivano per il lavaggio delle sabbie aurifere dei giacimenti alluvionali o secondari, ed erano provvisti di pozzetti, distribuiti su tutta la lunghezza, dove l'oro per il suo elevato peso specifico rimaneva imprigionato, mentre la sabbia, sterile e leggera, correva via. L'estrazione e la lavorazione del minerale aurifero rimase pressoché invariata fino al XVI secolo. L'abbattimento e la disgregazione della roccia avveniva attraverso un processo di riscaldamento con il fuoco e di raffreddamento con acqua (a volte mista ad aceto), mentre la lavorazione si effettuava fondendo il minerale in forni e, successivamente, trattandolo per coppellazione. Con l'avvento dell'alchimia vennero introdotti il processo di amalgamazione con mercurio e l'uso della polvere pirica. Queste innovazioni diedero slancio all'attività mineraria, accelerandone i tempi e riducendo la fatica umana, creando contemporaneamente un maggior profitto economico. Il territorio ossolano negli ultimi quattro secoli è stato oggetto di una accurata e capillare ricerca mineraria: tralasciando i filoni principali, oggetto di sfruttamento industriale, sono almeno duecentocinquanta i siti minori, opera di piccole imprese artigiane e i luoghi di semplice ricerca. Sono state inoltre segnalate da cacciatori, pastori e contrabbandieri, una cinquantina di gallerie minerarie in zone impervie, a quote elevate, a volte in zone fuori da ogni logica mineraria. Evidentemente ogni piccolo segnale di affioramento mineralizzato veniva preso in considerazione per saggiarne la qualità e la quantità del giacimento. La toponomastica stessa di paesi, alpeggi e località testimonia come le miniere d'oro, in passato, diedero nome a località della zona, come "Loro" (frazione di Pieve Vergonte), "Colloro" (frazione di Premosello Chiovenda), "Aurano" in Valle Intrasca, "Oro delle Giavine" in Val Grande, "Piana dell'oro" in Valle Anzasca e molti altri; non solo in Ossola ma in tutto l'arco alpino. Ma la storia mineraria dell'Ossola è soprattutto stata scritta da personaggi che, con il loro lavoro ed i loro investimenti, contribuirono allo sfruttamento minerario di questi luoghi. Ricordiamo così i Rabaietti e gli Albasini della Valle Anzasca, il valsesiano De Paolis, il capitano B. Testone e l'ingegner A. Spezia di Piedimulera, i Cicoletti di Pieve Vergonte, il vogognese G. Mazzola, i Morandini e i Pirazzi Maffiola anch'essi di Piedimulera. Infine tutti gli avventurieri, spesso privi di conoscenze tecniche e disponibilità finanziarie, i quali, con notevoli sacrifici, contribuirono a mettere in luce l'oro del sottosuolo ossolano. La Valle Anzasca può essere definita la "Valle dell'oro": entro i suoi confini si trovano la maggior parte delle concentrazioni aurifere delle Alpi, e le diramazioni di questi filoni si estendono anche fuori dal perimetro della valle. A nord, confinanti con il gruppo filoniano di Val Bianca - Cani si trovano le miniere di Mottone - Mée - Triverà in Valle Antrona, le quali, coltivate già nel XVII secolo da piccoli imprenditori locali, vennero sfruttate dalla stessa società inglese che operava nei giacimenti di Pestarena. A sud-ovest le miniere di Alagna Valsesia costituiscono il proseguio dei filoni di Quarazzola -Sasso Nero - Kint: due zone, la Valsesia e la Valle di Macugnaga, accomunate non solo per le vicende minerarie ma anche per la similitudine culturale, essendo ambedue comunità Walser. A sud-est della valle si trova il gruppo filoniano denominato "scisti" di Vogogna - Fobello, lungo la linea del Canavese, la cui massima concentrazione mineralizzata si espande in Val Toppa (comune di Pieve Vergonte), sulla destra idrografica del fiume Toce. Comprende i filoni di Beolini, i quali compaiono a giorno sul fondovalle, nel sito chiamato Vallaccia e proseguono, fino a quota 1.000 metri sul livello del mare, in località Baraccone, coltivate in quattro trincee a cielo aperto, intercalate da gallerie, con coltivazioni interne, per ricomparire poi, con sporadiche apparizioni, nella Valle dell'Arsa. Più a nord troviamo il filone Ora - Fontanelle - Alpe Tagliata, il principale del gruppo della Val Toppa, coltivato da molti imprenditori locali e successivamente dalla "The Pestarena United Gold Mining Com-pany Limited", che estrasse e lavorò nello stabilimento di Piedimulera circa 2.500 chilogrammi d'oro. Oltre il Rio Marmazza le miniere di Cropino, vennero coltivate dalla società belga "Mines et Usines de Cropino", che costruì a Pieve Vergonte uno stabilimento con annessa centrale elettrica per il trattamento del minerale. A tale scopo vennero eseguiti imponenti lavori, ma non è nota la resa del giacimento, malgrado la ricchezza del filone e soprattutto la presenza di oro nativo. Infine, a nord del Rio Viezza, vennero sfruttati anche i filoni della "Carboniera D'Alberto". Discreti lavori lungo il fronte della montagna furono eseguiti dalla società inglese operante a Pestarena e in Val Toppa.oro A sinistra del fiume Toce, il giacimento di Vogogna - Giavinello - Genestredo - Alpe Capraga, con tracce anche in Val Grande, venne coltivato da imprenditori locali e dal 1898 dalla "Società Italiana delle Miniere Aurifere di Vogogna" (costituita a Genova), per la ripresa dei lavori nella miniera Fontana del Ronco. Questo gruppo comprendeva circa trenta tra miniere e luoghi di ricerca, di cui un paio di notevole sviluppo. La faglia mineralizzata Vogogna - Fobello prosegue in direzione nord-est sud-ovest, passando tra il Pizzo Camino e la montagna Ronda, comparendo in alta Valle Segnara, presso gli alpeggi di Lago, Cortit e Alpe Rossola con segni di antichi lavori di estrazione, notevoli vista la quota (da 2.000 a 2.200 metri sul livello del mare). Spingendosi a sud-ovest lungo la faglia si trovano i discreti lavori di Campello Monti in Val Strona e di Fobello in Val Mastellone. Entrando in Valle Anzasca, vengono segnalate sulla sinistra idrografica del fiume Anza, tra gli abitati di Castiglione e Molini, delle vecchie miniere, chiamate dalla gente del luogo "Tomba dei Cucit"', forse per le piccole dimensioni degli scavi. Probabilmente sono da ritenersi lavori dell'epoca medioevale: analoghe segnalazioni in Val Toppa e nelle miniere dei Cani, con ritrovamenti di gallerie tanto piccole ed anguste, che il passaggio di un uomo trova molte difficoltà: questi siti vennero chiamati in gergo popolare "Miniere dei Saraceni", forse per la bassa statura di queste genti. Di fronte a queste vecchie miniere si apre la Valle Segnara, che da Molini, taglia di netto lo spartiacque montuoso in direzione del Monte Capezzone e del Pizzo Camino, mettendo a nudo la sezione della montagna ed evidenziando i vari affioramenti mineralizzati, permettendo così innumerevoli ricerche e coltivazioni lungo tutta l'estensione della vallata. Risalendo la valle principale si incontrano sulle montagne sovrastanti gli abitati di Calasca e Pontegrande le miniere di Val Bianca - Scalaccia - Casette - Masucco - Agarè - Vallar, alcune lavorate dagli inglesi e dalla Società Statale A.M.M.I., ma precedentemente molto attive grazie ai vari imprenditori della zona, subentrati nel 1897 dalla "Societè Generale de Traitament des Mines d'or et argent" nella coltivazione delle miniere Agarè e Lasino e nel 1899 dalla "Societè des Mines d'or de Scalacela et Casette" nelle omonime miniere; quest'ultima società costruì un imponente stabilimento per il trattamento del minerale a Pontegrande, in una località chiamata per l'appunto Scalaccia. Affiancati ai filoni di Val Bianca si trovano quelli dei Cani - Buson-Calderona - Sasso Nero, anch'essi non meno importanti dei precedenti, lavorati dagli Albasini di Vanzone e dal leggendario Facino Cane, spregiudicato mercenario al soldo degli Sforza, che con le sue gesta terrorizzava gli abitanti della vallata. Altra società a capitale straniero, che subentrò nella concessione della Valle Calderona dei fratelli Guglielmini e Spezia nel 1874, fu la "Societè des Mines d'or de Calderona", però con scarsi risultati. Avvicinandosi al Monte Rosa, un'altra miniera degna di nota è quella di Prequartera, precisamente in località Lozzacche: ai suoi tempi è stata più volte citata come la più ricca della valle Anzasca. Sono ancora visibili i resti dei mulini di amalgamazione presso l'abitato. Altre coltivazioni si trovano presso il bacino idroelettrico di Ceppo Morelli e nella sovrastante Valle Tignaga, soprattutto i filoni di Lavanchetto affiorano a giorno. Superato il massiccio del Morghen si incontra la più vasta zona mineralizzata della valle: i giacimenti di Pestarena e Lavanchetto, che comprendono i filoni di Acquavite - Cavone - Speranza - Calpini/Pozzone - Stabioli - Lavanchetto - Fornale - Caccia - Vittini ecc..., praticamente su ambedue i versanti della montagna vi sono stati lavori di estrazione, che si sono protratti dal 1600 al 1960 circa. Presso l'abitato di Campioli negli anni cinquanta venne costruito un nuovo stabilimento per il trattamento del minerale, il quale usciva dai lavori in sotterraneo, dal "Ribasso Morghen", un traverso banco che incrociava le varie coltivazioni per circa 2.500 metri permettendo un agevole trasporto. Mentre a Pestarena il vecchio stabilimento, già costruito dagli inglesi e più volte modificato, era alimentato dal "pozzo inclinato" con un sistema di trasporto su vagoncini, il nuovo stabilimento di Campioli era alimentato per mezzo di autocarri.Più avanti si incontra la Val Quarazza: già in prossimità della diga del "Lago delle Fate", si possono vedere i lavori di Guia - Kint - Sasso Nero, i quali affiorano in superficie con trincee e cavità, mentre circa un chilometro oltre, in località Crocette, vi sono i resti del vecchio stabilimento di trattamento del minerale, alimentato con funicolare dalle coltivazioni di Quarazzola e Palone del Badile. I giacimenti di Pestarena - Lavanchetto ed altri, sia in valle che fuori, vennero coltivati da vari impresari per poi essere assorbiti da società a capitale straniero, le quali si fusero in una sola compagnia: la "The Pestarena United Gold Mining Company Limited"; grazie all'accorpamento delle varie miniere ed all'ammodernamento degli stabilimenti si ottennero degli ottimi risultati produttivi. Per motivazioni sia politiche che di mercato la produttività andò lentamente scemando, provocando l'abbandono dei siti meno produttivi con problemi anche occupazionali. Subentrò poi alla gestione delle miniere, nei primi anni del 1900, la P. M. Ceretti di Villadossola, che, con non poche difficoltà, riportò lo stato delle miniere in condizioni apprezzabili, per poi essere acquisite, nel periodo bellico, dalla Società Statale A.M.M.I.. L'oro di Pestarena diede vita anche a qualche rocambolesca vicenda di brigantaggio; durante la seconda guerra mondiale, vennero trafugati, ad opera di bande partigiane, alcuni recipienti da 20 kg di fango aurifero, un prodotto non raffinabile in loco, però contenente il 10% di oro; questi bidoni, dopo varie vicissitudini e trasferimenti forzati sulle montagne anzaschine, tornarono quasi tutti al legittimo proprietario. Altra storia quella di una rapina a mano armata eseguita da alcuni banditi locali, aiutati da dipendenti della miniera, finita per fortuna senza vittime e senza successo per gli autori. Annotiamo ancora altre vicende, ancora legate a compravendita e frode di minerale grezzo e metallo nobile, operate da coltivatori abusivi e da personaggi con pochi scrupoli a spese della Società delle miniere, o da mercanti d'oro improvvisati ai quali veniva venduto oro contraffatto se non addirittura ottone. Ufficialmente nel periodo 1860/1961 vennero estratte in Piemonte 15 tonnellate d'oro, di cui 10 tonnellate solo a Pestarena; in quel periodo si eseguirono circa la metà dei lavori sotterranei in Ossola, il minerale estratto veniva lavorato negli stabilimenti con il sistema della cianurazione, con rese attorno al 90%. I precedenti lavori furono eseguiti in miniere molto più ricche; è risaputo che all'esterno i filoni, chiamati "brucioni" per il loro colore rossastro, essendo esposti agli agenti atmosferici venivano liberati per diversi metri dai solfuri e quindi possedevano tenori d'oro altissimi, malgrado l'uso del sistema di amalgamazione con il mercurio, che non dava rese superiori al 60%. Calcolando tutto il minerale sprecato, sia nelle discariche sia nelle ripiene all'interno delle miniere e la non ufficialità di certi dati, si può affermare che in Ossola, in 2.000 anni di attività mineraria, siano state estratte da 30 a 50 tonnellate d'oro. Lascio all'immaginazione quante tonnellate di minerale aurifero, quasi certamente del più ricco, siano state erose durante la modellatura e la formazione delle vallate ossolane e quindi siano state trasportate nelle pianure dai ghiacciai e dalle alluvioni, così come quante tonnellate d'oro riposano a centinaia di metri di profondità nel sottosuolo ossolano e padano. A Campo dei Fiori, località tra Oleggio e Marano Ticino, già i Romani intrapresero una ciclopica opera mineraria, atta allo sfruttamento dei terrazzi glaciali del Monte Rosa e del Gottardo. Anche nei fiumi e torrenti dell'Ossola non è raro trovare dei rimasugli di questi filoni; l'oro, grazie al suo peso specifico, è molto restio a farsi trasportare dalle piene dei corsi d'acqua e, sono state trovate pepite d'oro dal peso superiore al grammo. E non è raro vedere l'autore dell'articolo ed i suoi amici intenti a lavare sabbia e ghiaia con la classica "padella" dei cercatori d'oro dei film americani. Anche se le miniere della Valle Anzasca ora sono buie ed inoperose, prosperano le attività culturali legate alla loro memoria: conferenze, dibattiti, strutture museali, pubblicazione di libri, miniere-museo e monumenti. Un modesto tributo al nobile metallo che con la sagacia e l'operosità delle genti, contribuì in modo significativo all'evoluzione ed al benessere del popolo anzaschino. |
Apt geological and chemical combinations had gathered on the present Ossola’s territory, that kind of mineral, considered, from time immemorial, precious. Already the Romans, as proved by the archaeological findings in Gravellona ( a blast-furnace from the II century B.C.), would confirm its presence. Until the Renaissance the extraction techniques were rather primitive: you had to heat the rock up, break it with scalding water or vinegar and then “cook” the left-overs. Alchemy brought new and more advantageous procedures, as much as to unleash a sort of Gold Rush somewhat similar to the one during the Klondike era. The Anzasca Valley and the nearby areas are, in Ossola, gold locations. Areas in which several companies , Italian and foreign, ventured themselves, exploiting above all, the Pestarena Mines, which yielded from 10 to 15 tons of gold in Piedmont between 1861 and 1960. Renowned geologists and engineers, along with shrewd business men, tried to make a fortune. And many succeeded. The remaining reminders of that past activity are galleries and digs which, however, are often abandoned and barely visible, except in Val Toppa , Pieve Vergonte, where an Ecomuseum was created. An hour walk from the village, along the path of the British ( thus named because was made by the british Pestarena Gold Mining Company) you may reach – passing through old grindstones - the “ Cà Bianca” you can gain access, with a Tourist Guide, to a section of the Gallery level 2, in which quartz is visible. |












