Storia dei vini ossolani

Vite Prunent, Cà d’Matè, Ossolanum Tarlap, Balòss, Cà d’Susana.

Inizialmente il vino in Ossola fu importato e presto si cercò di produrlo sul posto a minor prezzo grazie anche alla grande adattabilità della vite ai climi più diversi.
In seguito ad un periodo di netto miglioramento del clima verificatosi a partire dal I millennio a. C. e che raggiunse l’optimum verso il 300 circa a.C., si presentarono le condizioni ideali perché alcuni vitigni, già acclimatati sulle rive del lago Maggiore, cominciassero ad essere piantati anche nelle valli più a Nord grazie alle vie d’acqua rappresentate dai fiumi Ticino e Toce.
Cantina Garrone

vini

trontano

cantina
Una importante testimonianza della antica coltivazione della vite in Ossola si trova nell’area megalitica di Varchignoli all’imboccatura della Valle Antrona nel comune di Montescheno, nella quale un ripido pendio esposto a mezzogiorno è stato trasformato in una serie di gradonature terrazzate utilizzate per la coltivazione della vite e di altre specie indispensabili al sostentamento delle popolazioni locali.
Le terrazze  sono sostenute da alti muri di pietra a secco e sono corredate da serie di scale sempre in pietra e da un sistema di drenaggio molto efficiente a cui si aggiunge un sistema superficiale di irrigazione necessario solo in periodi di eventuale siccità.
Infisse perpendicolarmente al terreno vi erano lastre verticali con incavi a sella che sostenevano i supporti di legno orizzontali mentre inserite orizzontalmente alla sommità dei muri si trovano lastre di pietra a tenaglia (palanghèr) o a foro passante (schènsgian) per trattenere la palificazione verticale dell’impianto; l’insieme di queste strutture orizzontali e verticali di pietra e legno utilizzate per il sostegno delle viti, altrove chiamate pergole, in Ossola nel Medioevo vengono denominate “topie”.
Nella necropoli di Ornavasso sono stati ritrovati numerosi tipici potatoi da vite alcuni dei quali pre-romani: essi testimoniano la presenza della coltivazione della vite in tale territorio già a partire dall’epoca gallica.
Altri potatoi da vite, connessi a quelli per lo sfoltimento degli alberi tutori, sono stati ritrovati nella necropoli di Craveggia in Valle Vigezzo.
Per il IV e III sec. a. C. le testimonianze riguardanti la vite e il vino si trovano soprattutto nel Canton Ticino e sono documentate da brocche di bronzo a becco, destinate probabilmente al culto religioso, la cui produzione terminerà alla fine del IV sec. a. C. e da fiasche di terracotta con l’imboccatura stretta, antenate dei “vasi a trottola”, i tipici contenitori di vino.
Le testimonianze databili ai secoli successivi sono molto numerose e relative ai corredi tombali in cui si trovano frequentemente  recipienti chiamati “vasi a trottola”.
Proprio dalla Val d’Ossola proviene una delle più famose iscrizioni in lingua celtica ed alfabeto leponzio riferita al vino: è scritta su un contenitore di vino, un vaso a trottola, ritrovato nella necropoli di San Bernardo di Ornavasso e conferma che il vaso conteneva vino offerto a due personaggi da parte dei loro figli.
Nell’VIII sec d.C. il vino è uno dei prodotti delle decime pagate dalla popolazione alla chiesa.
Nel XIV sec. viene menzionato per la prima volta il nome Prunent, il vitigno autoctono ossolano per eccellenza; in un testamento datato 18 Maggio 1309 è registrato il generoso lascito annuale perpetuo in suffragio della propria anima da parte di Dumino di Pello (Trontano) al Convento dei frati minori di Domodossola di nove staia di vino; questo vino doveva essere tutto Prunent della sua vigna e doveva servire solo per la celebrazione della Santa Messa.
L’importanza della produzione vitivinicola in Ossola è dimostrata dalla protezione accordata  ai vigneti da tutti gli statuti comunali; per esempio il tempo della vendemmia  era tassativamente stabilito dai consoli delle comunità; secondo gli Statuti di Villadossola  del 1345 la vendemmia poteva iniziare solo a S. Michele.
Vi sono poi altri statuti che riguardano l’incanevazione del vino, controllata dal pretore per assicurare la genuinità del prodotto, e tutte le norme imposte ai tavernieri che potevano vendere vino solo in tempi stabiliti e con misure controllate.
Taverne ed osterie erano, del resto, sparse in tutta l’Ossola.  
Il commercio del vino ossolano assunse una sempre maggiore importanza fino a diventare il prodotto principale dell’agricoltura locale, raggiungendo per secoli le tavole e le taverne della Svizzera centrale valicando le Alpi a dorso di mulo attraverso i passi montani del Sempione, del Gries, dell’Arbola,  del S. Giacomo, cariche di botti di vino.
Il vino divenne fonte di grande ricchezza per diverse famiglie di notabili locali che riuscirono ad accaparrarsi le zone migliori per la produzione del buon vino, come testimoniano certe splendide magioni storiche situate a Trontano e Masera, dove avevano masserie e fattorie gestite a mezzadria dalle quali potevano raccogliere grandi quantità di vino che veniva poi smerciato nelle osterie di loro proprietà che sorgevano strategicamente nei borghi e nei luoghi di maggiore passaggio.
In tali osterie i tavernieri potevano vendere solamente il vino dei signori proprietari: al ponte di Crevola, passaggio obbligato per la Svizzera e la Valle Antigorio e Formazza, vi era l’Osteria che offriva solamente il vino dei signori Dal Ponte mentre all’entrata in Domodossola dalla porta di Briona si trovava sulla sinistra l’Osteria della Corona Grossa appartenuta prima ai signori Ratti, che raccoglievano le decime per il Vescovo di Novara, e poi ai Ruga e sulla destra la trattoria della Cerva di proprietà dei signori della Silva.
Anche tutte le chiese delle alte valli, come quelle di Malesco, Re, S. Maria Maggiore, per rifornirsi del “vino da messa”, che doveva essere buono, puro  e di qualità, provvedevano ad acquistare masserie nelle zone migliori di Trontano, Masera, Montecrestese e Villadossola nelle quali facevano lavorare la gente del luogo dalla quale al momento della vendemmia i fabbricieri si presentavano per esigere e raccogliere l’affitto in natura.
Ad eccezione dei tempi di guerra e della peste  il commercio del vino è stato costante ed intenso e di grande importanza per l’economia ossolana.
Tuttavia, nel XVII sec. il governo centrale spagnolo contingentò il commercio del vino ossolano per garantirne un adeguato rifornimento alla Lombardia nei tempi di carestia. Ma il mercato lombardo non era conveniente per gli ossolani perché i prezzi, calmierati dai governatori, erano bassi mentre salivano sui mercati svizzeri e consentivano così di ottenere il denaro necessario per rifornirsi di tutti quei generi alimentari (grano, sale, ecc.) che non potevano produrre in loco.
A queste limitazioni gli ossolani cercarono di opporsi con mezzi legali e non.
Alcuni intraprendenti mercanti riuscivano facilmente a immagazzinare il vino in rifugi vicino al confine e quindi a trasportarlo in Svizzera utilizzando i sentieri di montagna che più tardi i contrabbandieri avrebbero seguito per trasportare ben altri beni.
I mercanti più ricchi e di maggiore censo potevano perseguire le vie legali chiedendo dei permessi di esportazione al governo spagnolo di Milano che raramente li concedeva e sempre limitati nel tempo e nelle quantità da esportare.
Un esempio illuminante ci viene da un documento di concessione, scoperto sempre da Don Tullio Bertamini e datato 21 Giugno 1632, con il quale viene data licenza ai signori Giovanni e Cipriano Capis di esportare ”cento some di vino et condurlo nelli Paisi de Signori Valisani et Svizzeri non ostanti gli ordini in contario”. Tale concessione, rinnovata anche per l’anno seguente, era veramente un’eccezione dal momento che in tutto lo Stato di Milano vi era grave penuria di vino in quanto gran parte delle vigne era rimasta incolta e improduttiva a causa della peste del 1630.  
Successivamente numerosi furono i ricorsi opposti dagli ossolani per ottenere la liberalizzazione del commercio del vino con la Svizzera: solo dopo lunghe trattative, con un decreto del 27 Dicembre 1654, veniva definitivamente confermata una concessione, data l’anno precedente, a tutti gli abitanti dell’Ossola di poter “condurre li vini nelle parti circonvicine de Svizzeri e Vallesani e dove gli farà più comodo, nonostante qualsiasi ordine in contrario”.
Tale prosperità continuò nei secoli successivi fino a quando ai primi del 1900 il quadro generale cominciò a cambiare. In primo luogo si verificò l’aumento del dazio doganale sul vino imposto dal Vallese che iniziava, all’inizio del secolo, a dare impulso alla viticoltura locale, ad impiantare vigneti propri orientandosi verso una protezione sempre maggiore delle proprie produzioni; diminuendo le esportazioni cominciarono ad essere abbandonati i terreni più scomodi da coltivare ma che, in alcuni casi, essendo posti su terrazze scoscese e molto soleggiate, davano produzioni di grande qualità.
Ai primi del XX sec., inoltre,  la distruzione provocata in Europa dalla fillossera  portò alla ricostituzione degli antichi vigneti su piede americano.
I viticoltori ossolani, che acquistavano le nuove piante di vite sui mercati del novarese, non sempre erano ben consigliati sulle caratteristiche che dovevano avere le uve da coltivarsi in zone di montagna. Cominciarono così a sostituire il Prunent con altri vitigni sicuramente più produttivi ma molto meno pregiati e non adatti alle condizioni pedoclimatiche ossolane. Infine, nella seconda metà del 1900, lo sviluppo industriale comportò l’esodo di forza lavoro dalla campagna e dalla montagna con conseguenze sociali e ambientali non sempre positive.
La viticoltura, non costituendo più una attività remunerativa paragonabile alla fabbrica fu sempre più trascurata, soprattutto a livello di assistenza tecnica, determinando una contrazione delle superfici vitate dai 759 dei primi del 1900 ai poco più dei 60 attuali. A tuttoggi i vigneti ossolani costituiscono  piccole oasi coltivate in mezzo ai boschi.

LA VITICOLTURA OSSOLANA OGGI
Nel Gennaio 1990 la Comunità Montana Valle Ossola ha avviato in collaborazione con l’Università Cattolica di Piacenza UN PROGETTO DI RECUPERO E VALORIZZAZIONE DELLA VITICOLTURA LOCALE.

Nel 1994, accogliendo le richieste pervenute da parte di numerosi produttori si è costituita, con il supporto della Comunità Montana Valle Ossola, l’ASSOCIAZIONE PRODUTTORI AGRICOLI OSSOLANI allo scopo di continuare ed incrementare il programma di assistenza tecnica, promuovere la commercializzazione dei prodotti e agevolare in ogni altro modo gli agricoltori che ne fanno parte. Attualmente l’associazione conta oltre 200 associati.
Dal 1997 alcuni produttori delle zone di Pello, Masera, Trontano, Montecrestese, Crevoladossola e Villadossola, soci della Associazione, conferiscono una parte delle loro uve (Nebbiolo, Croatina, Prunent) alle cantine dei F.lli Garrone per vinificarle in comune.
Attualmente i soci conferenti sono una cinquantina.
Nel 1999 è sorta, su richiesta dei viticoltori, una COMMISSIONE DI TUTELA DEL VINO OSSOLANO alla quale vengono sottoposti tutti i vini ossolani prima della commercializzazione, al fine di garantire la genuinità del prodotto e di promuoverne al meglio l’immagine. Dal 2000 partecipano al progetto  anche la Comunità Montana Valle Antigorio Divedro e Formazza, il Comune di Crevoladossola e l’Assessorato all’Agricoltura della Provincia del V.C.O.  Si è avviata, inoltre,  una collaborazione con il CNR Centro Vite dell’Università di Torino. Nel 2005 è stato depositato il marchio della ASSOCIAZIONE PRODUTTORI AGRICOLI OSSOLANI con il quale vengono venduti i vini ossolani e gli altri prodotti dei frutticoltori.

Attualmente "al 2010" i vini commercializzati con l’etichetta e il marchio dell’Associazione sono:
Prunent: 4000 bottiglie - clone di Nebbiolo autoctono vinificato in purezza proveniente da Pello, Trontano, Masera e dagli impianti sperimentali di Cisore, Crevoladossola e Crosiggia; invecchiato e affinato in piccole botti di rovere;
Cà d’Matè: 7.000 bottoglie - uvaggio di Nebbiolo, Croatina e Prunent prodotto con uve provenienti da Cisore, Masera, Pello, Trontano, Crevoladossola, Montecrestese;  invecchiato e affinato in piccole botti di rovere;
Ossolanum: 30.000 bottiglie - vino giovane ottenuto da un uvaggio di Nebbiolo e Croatina, provenienti da tutti i vigneti ossolani;
Tarlap: 7.000 bottiglie - Merlot monovitigno proveniente da Villadossola e Calice; viene affinato in grandi botti di rovere;
Balòss: 700 bottiglie - Pinot nero vinificato in purezza proveniente da Trontano; a seconda delle annate può essere invecchiato e affinato in piccole botti di rovere;
Cà d’Susana: uvaggio di Nebbiolo e Cabernet Sauvignon prodotto a Crevoladossola; a seconda delle annate può essere invecchiato e affinato in piccole botti di rovere.